MISC. / Ambr. 017 - Bologna, Piazza Santo Stefano prima dei restauri

Immagine opera
N. inv.MISC. / Ambr. 017
Titolo proprioBologna, Piazza Santo Stefano prima dei restauri
Titolo attribuito

Notizie storico artistiche

Fondo Miscellanea - Raimondo Ambrosini
Serie "Vecchia Bologna. Figure di cose scomparse o modificate"
Oggetto Positivo
Forma Specifica dell'Oggetto stampa su carta
Soggetto Bologna, Piazza Santo Stefano prima dei restauri
Autore
Stampatore/Editore
Cronologia prima del 1876
Luogo della ripresa Bologna
Data della ripresa prima del 1876
Materia e Tecnica albumina
Misure (in cm; hxb) 20x25
Misure negativo (in cm; hxb)
Indicazione di colore b/n
Luogo e anno di edizione
Timbro di spedizione (luogo e data)
Iscrizioni Sul recto della pagina che fa da cartoncino di supporto alla stampa sono presenti il numero manoscritto "13" e l'iscrizione manoscritta "a".
Iconografia
Bibliografia"Raccolta di opere riguardanti Bologna nella Biblioteca di Raimondo Ambrosini", Bologna, Tip. Garagnani, 1906, p. 203, cat. n. 2997
Mostre
NotaGiovanni Gozzadini aveva invocato il restauro dell'antico santuario delle Sette Chiese subito dopo l'Unità d'Italia. Nel 1876 i lavori iniziarono sotto la direzione dell'ing. Raffaele Faccioli, ispettore del Governo, che purtroppo fece suo il principio di demolire più che si può "le moderne sovrapposizioni e aggiunte". L'intero complesso di Santo Stefano fu dunque sottoposto ad una vera e propria trasformazione. Già all'inizio dell'Ottocento si erano perse le decorazioni nella cupola della chiesa del Calvario. In questa seconda fase i lavori di "ripristinamento" riguardarono soprattutto l'antica Basilica (Chiesa di San Pietro) e il battistero (Chiesa del S. Sepolcro), con ricostruzioni romaniche arbitrarie. I lavori si fermarono per alcuni anni e anche Carducci si adoperò, con un "Manifesto ai Bolognesi", per ottenere nuovi finanziamenti. Nel 1881 intanto, su progetto di Faccioli, si eseguirono lavori di sistemazione della piazza antistante. Una ulteriore fase di restauri iniziò nel 1919 e privilegiò la chiesa della Trinità. In quel caso i lavori furono diretti da mons. Giulio Belvederi e da Edoardo Collamarini, allievo di Rubbiani, e portarono alla definitiva configurazione del complesso stefaniano.